C’è una fase del percorso verso un rapporto più sereno con il cibo che viene spesso sottovalutata anche dai professionisti. È quella in cui si è già fatto un lavoro su se stesse, si hanno più strumenti, si sa riconoscere certi meccanismi. Eppure si rimane parzialmente intrappolate in pensieri, convinzioni e comportamenti che si sa non fare bene. Non ci si sente ancora davvero libere.
Questa fase esiste, è comune, e ha un nome: fase di transizione. Non è un fallimento. È una tappa, reale e riconoscibile, del processo di cambiamento.
7 segnali che potresti trovarti in questa fase

Nel lavoro clinico con le mie pazienti, alcuni pattern ricorrono con regolarità. Li riconosci?
1. Dividi ancora il cibo in “buono” e “cattivo” Anche nel tentativo di mangiare in modo più intuitivo, rimane attiva una gerarchia morale tra gli alimenti. Mangiare “bene” dà una sensazione di controllo e superiorità; mangiare “male” genera colpa. Le etichette cambiano nel tempo, ma la struttura rimane.
2. Il movimento fisico è diventato un obbligo Cosa e quanto mangi dipende da quanto hai fatto attività fisica quel giorno. Il riposo genera ansia. Non ti concedi mai una pausa dall’allenamento senza sentirti in colpa. L’esercizio non è più un piacere ma una compensazione.
3. Il cibo occupa una quantità sproporzionata di spazio mentale Pianifichi ogni pasto in anticipo, fai fatica ad essere spontanea a tavola, senti stress quando i piani alimentari cambiano inaspettatamente. Il pensiero al cibo è un sottofondo costante che consuma energia e attenzione.
4. Monitori il tuo corpo in modo continuativo Specchio, bilancia, foto dei progressi. Questo monitoraggio influenza poi come mangi durante la giornata, instaurando un ciclo in cui l’immagine corporea percepita regola l’alimentazione.
5. Segui uno schema di restrizione e abbuffata Non necessariamente nelle forme più riconoscibili. Può manifestarsi semplicemente come l’abitudine a mangiare poco durante il giorno per poi consumare grandi quantità la sera. Un circolo che si ripete da molto tempo e sembra impossibile da interrompere.
6. Sei sovraccarica di informazioni sul cibo Sai molto di nutrizione (forse troppo). Questo sapere, invece di aiutarti, diventa fonte di dubbio e paralisi: cosa è davvero “giusto” mangiare? Il risultato è spesso senso di colpa, confusione, e una relazione sempre più mediata con il cibo.
7. Hai difficoltà a riconoscere il problema come tale Può essere difficile dare peso alle proprie difficoltà, soprattutto quando si pensa che “ci siano persone che stanno peggio”. Confrontarsi con chi ha vissuto esperienze più gravi può portare a sminuire la propria sofferenza. Ma il peso corporeo non determina la legittimità di un disagio.
Perché questa fase è così difficile da attraversare da soli

Viviamo in una cultura che normalizza molti di questi comportamenti. Il controllo sul cibo viene premiato. Il monitoraggio del corpo viene incentivato. La disciplina alimentare è considerata una virtù. Questo rende molto difficile riconoscere quando qualcosa che sembra “normale” sta in realtà occupando uno spazio eccessivo nella propria vita e creando conseguenze reali, fisiche e psicologiche.
Un altro elemento cruciale, che nella mia pratica clinica riscontro spesso, è che molti percorsi di supporto si fermano al piano alimentare, a cosa mangiare, senza affrontare i meccanismi sottostanti.
Ma migliorare il rapporto con il cibo a lungo termine richiede di lavorare su qualcosa di più profondo: le credenze, le emozioni, la relazione con il proprio corpo. Non solo le abitudini.
Cosa non è “normale”, anche se sembra comune
Vale la pena dirlo chiaramente:
Pensare al cibo in modo ossessivo non è normale. Sentirsi in colpa dopo aver mangiato non è normale. Costruire la propria giornata intorno al cibo o all’esercizio fisico non è normale. Evitare situazioni sociali per paura del cibo non è normale. Mangiare di nascosto non è normale.
Che queste esperienze siano diffuse non le rende inevitabili, né prive di conseguenze. Riconoscerle per quello che sono — non come difetti personali, ma come segnali che qualcosa chiede attenzione — è il primo passo verso qualcosa di diverso.
Un percorso è possibile
Se ti riconosci in uno o più di questi punti, non sei sola e non devi affrontarlo in silenzio. Esistono percorsi di supporto specializzato – sia in ambito nutrizionale che psicologico – pensati esattamente per questa fase: non per darti altre regole da seguire, ma per aiutarti a sciogliere quelle che già hai.
Se hai bisogno di un supporto più specifico o senti che le difficoltà stanno avendo un impatto significativo sulla tua vita quotidiana, ti incoraggio a rivolgerti anche a un professionista specializzato.
Se stai cercando un supporto individuale personalizzato per apportare miglioramenti duraturi al tuo rapporto con il cibo, l’immagine corporea e senti che nulla ha funzionato davvero finora, possiamo organizzare una chiamata di 20 minuti per assicurarci che sia il percorso giusto per te!